Tre elementi

Premessa.

I tre elementi cui la maggior parte delle persone di questo emisfero terrestre pensa in questi giorni sono molto probabilmente quelli relativi al relax  e al mare o alla montagna: sedia a sdraio, ombrellone e mare (o montagna).

Tre elementi è però anche il titolo di un gioco molto semplice, e al contempo molto divertente, che trovate al termine del presente brano.

Un gioco non di movimento se non per la mente. Molto utile come esempio di pensiero laterale, che offre un’occasione di jogging al cervello. Organo tra i più difficili da massaggiare direttamente ma solo per via chimica.

Date tre parole, si tratta di trovare tra loro un collegamento tale da crearne una storia. Sforzo che richiede capacità di risolvere i problemi (problem solving). Sforzo che richiede di vedere le cose da angoli visuali differenti. Sforzo che poi lascia percorsi neuronali in grado di attivarsi non appena ci si trova davanti a situazioni dallo stesso gradiente di difficoltà.

Inutile nascondere che stiamo parlando di quella inafferrabile competenza che chiamiamo creatività. Per troppo tempo trascurata forse in quanto ritenuta un talento individuale. E dunque del tipo che se ce l’hai ce l’hai, altrimenti pazienza, Come gli occhi verdi o i capelli biondi.

Ciò che invece si è sempre pensato si possa misurare è l’intelligenza logico-matematica, sino a che nel 1983 Howard Gardner nel suo celebre  libro Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Milano, 1987, non propone la teoria delle intelligenze multiple.

Ma che rapporto c’è tra intelligenza e creatività? Ma soprattutto di fronte alla ormai riconosciuta importanza dell’intelligenza emotiva, perchè questa viene ancora così tanto trascurata soprattutto in famiglia e a scuola? Luoghi in cui viceversa potrebbe essere appresa e potenziata, secondo l’appello di Daniel Goleman in Intelligenza emotiva, Milano, 1995.

Si tratta di indicazioni, queste, arcinote rispetto alle quali vale la pena richiamare l’attenzione sul fatto che tutto ciò di cui ci lamentiamo oggi circa la deriva della nostra specie, trova una sua causa nella difficoltà di passare dalla parola ai fatti. Ossia mentre è ormai ben noto che il quadro d’insieme del bagaglio emotivo necessario alla specie umana non per salvarsi, ma almeno per cominciare a provare interesse verso questo obiettivo, si forma in un ben preciso arco temporale della vita, nulla si faccia in tal senso. Sarà perchè chi dovrebbe decidere è vittima dello stesso male che dovrebbe curare?

L’arco temporale così decisivo nella vita degli individui,  si sa, se per Sigmund Freud doveva situarsi entro i primi sei anni, per le neuroscienze, assai più severe, non è così. Poichè arrivano a individuarla nei primi tre anni di vita del bambino.

Scorci di vita dei treenni vista dall’oblò.

Nessun reporter di questa età può fornire uno spaccato di come vivano oggi i bambini di questa fascia d’età. Perciò parlano per loro le risposte che gli esperti forniscono alle domande dei loro genitori. Si tratta di un dialogo molto interessante in quanto fornisce un affresco per quanto indiretto, tuttavia molto intellegibile, delle problematiche poste dalla relazione con un bambino di quella età.

Colpisce ad esempio l’accorato consiglio ad iscriverlo all’asilo nido non prima dei sei mesi d’età. Poichè l’età più indicata sarebbe quella dei 18 mesi e dei 24, in caso di figlio unico.

Non sfugge perciò che una studiosa della levatura di  Maria Rita Parsi (creatrice della psicoanimazione) in  Nostro figlio arriva ad ammettere che “Sarebbe bello che le mamme non dovessero separarsi dai loro bambini fino ai tre anni, come succede in Finlandia in cui la maternità è tutelata fino a quell’età, naturalmente con stipendio e contributi assicurati, ma purtroppo in Italia c’è una realtà molto diversa…”.

Dunque, in un contesto di delega della cura delle mappe emotive in formazione, in cui al più i genitori devono avere la fortuna di incontrare insegnanti preparati e motivati, comincia a manifestarsi il rischio di uno scarso sviluppo della risonanza emotiva. Che non è l’ultima causa di episodi come le pietre gettate dai cavalcavia a Tortona o di quello del furto e danneggiamento delle carrozzine di atleti disabili a Sorso da parte di minorenni volontari allo scopo di giocarci all’autoscontro (e poco consola la precisazione un po’ spocchiosa della stampa locale che si tratti di ragazzi non sardi in trasferta).

Qualcuno potrebbe sollevare il dubbio dell’eccessivo meccanicismo  tra la presunta causa e l’effetto. Eppure gli esperti sono molto fermi nel parlare di forte tendenza alla definitiva compromissione delle facoltà empatiche se non sviluppate nella finestra temporale dei tre anni.

Obliterazione della scuola?

Ma se è meglio “tenere a casa” il proprio figlio sino ai tre anni e questi segnano il limite della finestra evolutiva della mappa emotiva, a cosa serve la scuola? L’interrogativo non sembra tanto peregrino se pensiamo che la specie umana avrebbe bisogno di regole e  istituzioni in quanto definito, a partire da Platone, come un  “animale” dominato da  pulsioni a meta indeterminata.

Inoltre, contro questa istituzione, non mancano critiche serrate sino ad additarla come luogo finalizzato più a dare lavoro agli insegnanti che a svolgere una funzione più utile alla società. Insomma, una sorta di impieghificio, per usare un termine assai greve.

Dal brutto anatroccolo al cigno nero.

Dovremmo continuare con le critiche se non fossimo più interessati alla struttura del ragionamento. Prima, però, per non apparire con una sospetta eccessiva fretta di liquidare le critiche, potremmo anche aggiungerne una nostra. Dello stesso tipo di quelle che abbiamo avanzato per altre ataviche istituzioni, rievocando la storiella del matto che batte le mani per scacciare gli elefanti. Ossia, al di là del fatto che una istituzione è sempre finalizzata a svolgere una pluralità di funzioni, spesso inestricabile, non si ha il coraggio della controprova degli effetti della sua abolizione. Perciò la si mantiene col presupposto, ovviamente indimostrabile, del timore delle conseguenze peggiori che deriverebbero dalla sua assenza. Un modo per cristallizzare il pessimismo. Lo stesso potrebbe dirsi per l’istituzione scolastica.

Nella speranza, ora, di aver superato, almeno con la sufficienza, l’esame di cattiveria, occupiamoci dei bipedi alati.

Anche i maggiori detrattori della scuola sono vittima dei loro stessi ragionamenti.

Ma ancora prima, dichiarano loro stessi e persino lo esibiscono nei loro autorevoli curriculum vitae, di aver frequentato la scuola.

Pertanto indirettamente riconoscono che almeno nel loro caso la scuola ha svolto la funzione positiva dello sviluppo di un pensiero critico. Lo stesso di cui si servono appunto per individuarne i difetti.

Nel formulare le critiche, inoltre, sovrappongono il piano dell’utilità dell’istituzione con i risultati non positivi del suo concreto funzionamento. Con la conseguenza che i giudizi negativi più severi sembrano indirizzati al secondo piano e non al primo.

La conferma di ciò si ha allorché, dato che si tratta in generale di persone con onestà intellettuale, provano a formulare delle proposte di miglioramento. Non lo farebbero se l’istituzione fosse negativa sin dalle fondamenta.

Dunque possiamo dire che in un sistema sociale complesso, la scuola che non funziona (ma in quale segmento? e in quali aree geografiche?) può essere paragonata al brutto anatroccolo della fiaba di  Hans Christian Andersen.

Ossia viene considerata una istituzione arretrata, costosa ed improduttiva, ma di cui tutti riconoscono l’importanza. Tanto che sulla sua riforma in vista di una maggiore efficacia, si basano tutti i più ambiziosi piani di rilancio di un Paese. Non ultimo quello in corso di attuazione del nostro Pnrr.

Tra le proposte più interessanti per trasformare l’anatroccolo in un bel cigno bianco, possiamo annoverare quelle che, ad esempio, avanza uno studioso, non bisognoso di link di presentazione, come Umberto Galimberti.

Gli ingredienti fondamentali che egli evoca sono sostanzialmente due: educazione e cultura. Con la precisazione che col primo termine egli valorizza l’educazione ai sentimenti e con riferimento al secondo egli individua nell’insegnante il ruolo di medium. Ossia di intermediario tra gli alunni e la cultura. Spingendosi persino a proporre tematiche formative con cui rinforzare le competenze degli attuali insegnanti, ancora troppo incentrate sui contenuti a discapito delle competenze empatiche e metodologiche. Magari rispetto alle prime saremmo meno drastici di lui che giunge a sostenere che si tratti di elemento caratteriale su cui basare la selezione del personale nel contesto di un vero e proprio test attitudinale (l’insegnante dovrebbe essere secondo tale visione, e non a torto, un trascinatore e non un demotivatore). Per quanto riguarda, invece, il versante didattico-metodologico siamo anche noi dell’idea che l’insegnante dovendo contribuire a formare delle mappe cognitive atte ad inquadrare la molteplicità del sapere, deve almeno conoscere le caratteristiche dei recettori attentivi della mente. Paradossalmente, infatti, anche chi predica una concezione depositaria dell’insegnamento (per cui le menti degli allievi non sarebbero altro che vasi da riempire) non dovrebbe ignorare coerentemente la materia di cui tali contenitori sono fatti.

L’arrivo del cigno nero

Ma veniamo ora al cigno nero.

Qualcuno potrebbe obiettare che ci stiamo sbagliando: il brutto anatroccolo della fiaba finisce per trasformarsi in un bel cigno bianco, non in un cigno nero.

Rassicuriamo: nessun refuso.

Ma allora da dove sbuca il cigno nero?

Il cigno nero costituisce la metafora con cui rappresentare quel fatto che falsifica un’ipotesi.

In particolare viene usata da Karl Popper per sostenere la sua teoria della falsificabilità delle teorie scientifiche. Per tale autore, quantomeno in una prima fase di elaborazione del suo pensiero,  ogni teoria scientifica non sarebbe altro che una ipotesi su un certo andamento di un determinato fenomeno. Ciò sino a che non si verifichi un fatto che la smentisca. L’ipotesi che tutti i cigni siano bianchi, per stare alla metafora, non esclude che ad un certo punto, scoprendosi l’esistenza di un cigno nero, essa non venga smentita. Cosicchè da quel momento non è più possibile fare tranquillo affidamento sul detto che l’eccezione conferma la regola.

Anzi è proprio il rapporto contrastato tra l’ipotesi e la sua falsificazione che crea i presupposti per migliorare le nostre conoscenze. Poichè Karl Popper chiama questa circostanza “errore” e ne valorizza l’importanza in chiave di miglioramento della conoscenza, si capisce il perchè ci riferiamo spesso a lui. Egli, infatti, si fa sostenitore nel campo delle scienze cosiddette esatte, dell’importanza del metodo dell’imparare attraverso l’errore, laddove a noi interessa valorizzarlo nel campo delle cosiddette scienze umane e dell’apprendimento.

Se di valorizzazione dell’errore ad ogni modo si tratta, l’interesse in ogni caso deve andare così più sugli avvenimenti nuovi e dissonanti che su quelli che confermano le ipotesi.

Il cigno nero è perciò anche colui che introduce novità dirompenti in un contesto. Colui che presi gli elementi che gli altri hanno avuto sempre a disposizione li dispone in un ordine inedito che genera una figura nuova. Colui che ha usato il pensiero laterale.

Con una avvertenza. Non si tragga la conclusione che si tratti di una persona che sostiene di venire da altri mondi, come nel film del 2001 del regista Iain Softley,  K-Pax.  Può e deve trattarsi di una persona che introduce novità con tenacia, e magari ha pure bisogno dell’osservazione del modo tradizionale con cui vanno le cose, per migliorare le sue ipotesi.

Ma sono pure cigni neri quella serie di indicazioni che provengono da chi ha vissuto esperienze positive in una istituzione, come appunto la scuola, di cui denuncia in generale i difetti.

Sono cigni bianchi che ci aiutano nell’avvistamento dell’arrivo dei cigni neri. Senza di loro, noi, forse, non avremmo l’occhio in grado neppure di avvistarli.

Pier Gavino Sechi.

 

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