La metafora dell’acqua e la vendetta della fisica

Anche il gioco che presentiamo oggi (vedi sotto), si inserisce nel filone degli strumenti che usano il gruppo come metafora dei problemi e delle strategie per affrontarli.

Interessante può essere accompagnarlo alla lettura del libro di Garet Morgan, Images, le metafore dell’organizzazione, Milano, 2015. Ciò per inserirlo dentro il quadro generale dei fattori da considerare per una gestione efficace di questa primaria struttura organizzativa. In questo gioco, in particolare, per funzionare e respingere gli attacchi esterni, il gruppo deve coltivare le qualità di collaborazione e coesione interna.  In generale, nell’esperienza training il gruppo è sempre stato assunto come “simbolo” della complessità riscontrabile al suo esterno, dimodochè  dall’osservazione di ciò che accade in esso si abbia un’idea sufficientemente approssimata di ciò che accade fuori. Con l’esterno -la cosiddetta Realtà-condivide la complessità ma in un ordine di grandezza ridotta, cosicchè è possibile fare del gruppo un vero e proprio laboratorio del “come se” si avesse a che fare con maggiori  livelli di complessità, come quelli delle grandi organizzazioni sociali, compresi gli Stati.

A proposito di metafore, ancora, c’è un filone di autori, tra i quali Marco d’Eramo, che in Sistemi di stelle o di proteine in Dalle forze ai codici, Roma 1992, sostiene che questo periodo di grandi trasformazioni possa essere ben spiegato ricorrendo a teorie e metafore ispirate alla biologia. Una di queste sarebbe la teoria dell’autopoiesi di Francisco Varela e Humberto Maturana, dei quali vedi Autopoiesi e cognizione: la realizzazione del vivente, Venezia, 1980 e un’altra, ancora, in campo sociologico, quella della Teoria dei sistemi, per la cui definizione ed origine vedi Teoria dei sistemi

Noi stessi, parlando di infiltrazione nel brano intitolato Il gioco dell’infiltrato e il cesto delle mele marce del 31 luglio scorso, abbiamo usato una metafora a metà strada tra la biologia e la fisica. Perché se descriviamo il fenomeno della corruzione ricorrendo alla metafora delle mele marce siamo ancora in territorio biologico, ma se si tratta di parlare dell’infiltrazione come lenta penetrazione dell’acqua, ci troviamo immersi in un immaginario ispirato alla fisica.

L’uso di metafore ibride può servire a descrivere meglio anche ciò che sta accadendo in questi giorni. Avvenimenti anche loro leggibili a cavallo della biologia e della fisica.

Il primo è quello dell’ormai ultravivisezionato fenomeno del Covid-19, l’altro è rappresentato, invece, dalle conseguenze politiche  della disastrosa esplosione nel porto di Beirut in Libano.

Ebbene, per quanto riguarda il primo, stiamo assistendo al fenomeno di trasmissione di virus che hanno avuto in un primo tempo delle mutazioni nel corpo dell’animale-serbatoio tali da rendere possibile il loro attecchimento nelle cellule umane con un salto di specie. Il problema che si sta ponendo in ambito scientifico e giuridico è se l’animale sia stato un semplice trasmettitore dell’infezione o se quest’ultima abbia mutato la natura dell’animale stesso, generando un’ibridazione con l’uomo. In questo caso, si capisce, cambierebbe completamente lo schema classico per cui è l’uomo a condizionare il mondo animale e non viceversa. Ciò al netto, ovviamente, della considerazione fondamentale che il primo autore di tutta la catena causale che porta a questi effetti, rimane l’uomo. Ma è l’effetto di retroazione che colpisce, amplificato nel caso della ibridazione. Il tema si complica drasticamente, inoltre, se si fa riferimento ad una dimensione esistenziale nuova, ossia quella degli umanoidi, producili o già prodotti in qualche laboratorio del mondo. Essi, difatti, possono avere una struttura fisica animale e struttura psichica umana o viceversa; così come possono avere caratteristiche psicofisiche intermedie o inscindibilmente miste. Per un approfondimento vai su Le varie tipologie di robot

L’altra vicenda che, invece, segna il ritorno di metafore attinte dalla fisica, è rappresentata, come detto in precedenza, dagli sviluppi sociali che sono seguiti alla catastrofica esplosione di qualche giorno fa nel porto di Beirut.

Dentro il cratere di 40 metri aperto dall’esplosione, si è come creato un buco nero che ha già inghiottito il governo libanese in carica, senza che le proteste di piazza lascino intravedere un punto di arrivo.

Per provare a trarre un insegnamento da questa vicenda (ma persino dall’altra sulla propagazione del Covid-19 che pure abbiamo inquadrato come di natura biologica)  credo sia utile, e molto gradita in questo momento di calura estiva, la metafora dell’acqua. Molto adatta soprattutto per associare due fenomeni apparentemente incompatibili: la trasformazione lenta e progressiva e quella catastrofica.

Infatti, sino a che identifichiamo l’acqua con ciascuna delle gocce che la compone, possiamo illustrare tutti i fenomeni di lenta trasformazione e anche quello già visto dell’infiltrazione. Ma, superata una certa soglia, che non dipende dalla quantità d’acqua in sé stessa, ma dalla relazione tra essa e la pressione degli ostacoli che incontra, questo benefico elemento naturale indispensabile per la vita, si può trasformare nella più terribile causa di devastazione e morte. Come nelle alluvioni provocate da ciò che ormai si usa dire, per rimuovere le nostre corresponsabilità sui cambiamenti climatici, una “bomba d’acqua”.

La metafora dell’acqua viene spesso usata per descrivere perfino l’impostazione del pensiero orientale rispetto al tema della trasformazione, come fa Remo Bodei in Una scintilla di fuoco, Bologna, 2005, pag. 44.

Per ora abbiamo individuato gli aspetti comuni ai due fatti “epocali”, ma è importante sottolineare anche quelli che li differenziano.

Il più importante è l’accelerazione degli eventi, nella misura in cui nel caso di Beirut l’esplosione catastrofica si propaga da un luogo e livello fisici sottostanti, a quello più generale, ossia quello sociale, come se l’onda d’urto dell’esplosione si fosse trasformata da evento fisico in costrutto simbolico e psicologico, con un’amplificazione devastante estesa all’intero sistema sociale.

A proposito di simboli, non sfugge che la maschera che serve a prevenire la diffusione del Covid-19 sia presente anche sui manifestanti che assaltano gli uffici a Beirut mettendo a ferro e fuoco ciò che ne rimane. Un uso per scopi diversi da quelli originari.

Neppure i partiti più antagonisti, comunque, sarebbero riusciti a rovesciare in così breve tempo il governo in carica. Anzi, una tale velocità rischia di far saltare in aria lo stesso meccanismo della rappresentanza, già messo a dura prova in quanto incapace ad interpretare le diverse istanze. Le quali sono fondamentalmente di due tipi.

Quello di chi trae vantaggio dal “disordine” come una sorta di guerra liquida in cui tutto è ammesso (assaltare, depredare come la fase “oltre lo schermo” di un videogioco) con la garanzia dell’impunità. Una sorta di rievocazione del testo di Roberto Vacca, Il Medioevo prossimo venturo, Milano 1971. E quello di chi ritiene la rappresentanza non in grado di dare risposte positive ai nuovi scenari del progresso.

A noi interessa, in questo momento, esaminare le istanze del secondo tipo, per forse poter dire di non essere all’anno zero, dal punto di vista della maturazione della consapevolezza ecologica, benché questa debba continuare ancora a fare i conti  con la rappresentanza .

A questo proposito, occorre rifarci ad un articolo di qualche anno fa di Enrico Cheli, Valori e stili di vita per un mondo migliore. Le ricerche internazionali sui creativi culturali, in Bartoletti R., Faccioli F. Comunicazione e civic engagement, Milano 2013. Egli, sulla base di studi iniziati in America e poi estesi anche in Europa per iniziativa del Club di Budapest, diretto da Ervin Laszlo, nella sua premessa dice:

Sempre più persone si preoccupano oggi per le sorti dell’umanità e dell’ecosistema e auspicano una società più giusta e pacifica, un’economia più etica, uno sviluppo ecosostenibile, una più elevata qualità della vita e quindi una democrazia più partecipata. Una parte di esse si impegna in prima persona in tale direzione, o seguendo la via dell’attivismo politico (pacifismo, ambientalismo, diritti umani etc.), oppure assumendo comportamenti microsociali e stili di vita coerenti con i valori suddetti della pace, dei diritti umani, del rispetto dell’ambiente, della qualità della vita, delle relazioni consapevoli e costruttive, della consapevolezza e crescita personale. Ma quante sono, in Italia e nel mondo, tali persone? Si tratta di esigue minoranze o di parti rilevanti della popolazione?”

Dallo studio, che andrebbe ripetuto nel tempo, risulta che sussiste un gruppo, appunto quello dei creativi culturali, che sarebbe costituito da  un numero non trascurabile di persone (in Italia si stimano intorno al 35%)  e che possono diventare, se organizzate e rappresentate, massa critica per l’affermazione dei valori alternativi a quelli su cui si è basata sinora la civiltà che corre verso il collasso ecologico.

Dato che a partire dalle loro caratteristiche tenteremo nei prossimi brani di fare delle proposte educative, poichè col presente riteniamo conclusa  una prima fase di contributi speriamo utili per una lettura dell’epoca che stiamo vivendo, ci limitiamo a segnalare il dato che ci sembra più interessante.  Le personalità  (scienziati, manager, premi nobel, etc.) raccolte prima nel Club di Roma del 1968, poi in quello di Budapest nel 1993, e ,infine, in quello di Madrid del 2001, che avrebbero fatto una descrizione drammatica della situazione ecologica, sono state accusate di aver cercato di scuotere le coscienze per indurle a ritenere indispensabile la creazione di vincoli internazionali (sino alla creazione di un Supestato) al servizio di una ristretta oligarchia di cui questi diversi Club sarebbero espressione.

Come si vede, in sostanza, non si discute l’esistenza di quei drammatici problemi (deforestazione, surriscaldamento globale saccheggio degli habitat naturali, etc.), ma le finalità strumentali per cui sarebbero stati denunciati.

Va notato come questa forma di critica delle  idee altrui, viene spesso usata in generale nei confronti delle idee molto avanzate, di cui si discute la credibilità criticando la coerenza dei loro sostenitori.

Incorrendo nella più classica delle fallacie logiche, quella detta ad hominem, per cui si contesta la dirittura morale di chi sostiene una certa idea, per cercare di demolire quest’ultima.  Anche molte critiche alle idee di fratellanza universale, di diritto di tutti all’accesso equo alla risorse, etc., incorrono, ad esempio,   in tale fallacia. Il che, se non fosse a sua volta una fallacia, potrebbe indurci nella tentazione di ritenere che le accuse di incoerenza o mancanza di dirittura morale rivolte ai sostenitori,  depongano in automatico per la validità delle loro idee. Il che, appunto, non è affatto scontato.

Però, nulla impedisce che l’acceso dibattito tra coloro che denunciano la drammaticità della condizione ecologica e i loro detrattori possa essere considerata la prova del nove della sua esistenza, oltre a quanto vediamo coi nostri occhi. Sta a noi, infatti, adoperarci per non fare i ciechi in balia dei provocatori.

E veniamo, perciò, all’utilità del gioco che stiamo presentando oggi.

Per la sua riuscita i ciechi devono condividere messaggi di riconoscimento non facilmente carpibili dai provocatori. Questi hanno però molte armi a loro disposizione: vedono, possono usare la violenza per spezzare la catena dei ciechi e consultarsi per individuare i segnali in virtù dei quali spacciarsi per guide. Quindi hanno a disposizione sia la violenza che la manipolazione.

I ciechi, in definitiva, simboleggiano la nostra attuale  condizione e potrebbero essere assimilati, per la precaria organizzazione, al gruppo dei creativi culturali descritti sopra. Il fattore su cui possono contare, si capisce, non può essere soltanto il dato numerico, anzi, il gioco mostra che sono  piuttosto decisivi i segnali. Senza organizzazione il dato numerico, difatti, è solo condizione necessaria ma non sufficiente. In ciò devono imparare dalla tattica militare del commando. Tattica che infatti nel gioco è in mano ai provocatori.

Dunque, come organizzarsi? L’articolo di Enrico Cheli fa intravedere che in un Paese come l’Italia si debba puntare, senza rinunciare a priori ad una rappresentanza politica,  ad incidere su versanti tematici che emergono dalle scelte di vita: critica e rinuncia allo spreco (ecco torna alla ribalta la virtù della rinuncia già invocata per gli scienziati nell’articolo Bombe ad orologeria) delle materie prime, agli atti di aggressione all’ambiente e agli animali, etc.  Sino a cogliere che comunque un filo conduttore potrebbe essere individuato nel tema del consumo responsabile, qualificato come l’atto oggi più politicamente incisivo. Recuperando perciò, ad esempio, sia la lezione del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, che fa capo, tra gli altri a Francesco Gesualdi, di cui segnalo Manuale per un consumo responsabile, Milano, 2002, sia un filone letterario che passa anche  per un testo ancora attualissimo come quello di Naomi Klein, No logo, Milano 2000.

In definitiva, ben vengano iniziative di risveglio ecologico, anche promosse da chi, ammesso e non concesso che sia davvero così, lo facesse per altri fini. In fondo, dopo secoli in cui i mezzi sono stati sacrificati sull’altare dei fini, può essere questa la volta di una loro vendetta (insieme alla fisica). Parafrasando Gandhi, si è sempre detto che i mezzi in fin dei conti sono mezzi, ma in verità sono tutto. Ma pure “abbiate cura dei mezzi, e i fini si realizzeranno da soli”.

Pier Gavino Sechi.

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