Ragno sulla parete

Premessa.

Il gioco che presentiamo oggi si pone in continuità con tutti quelli che ci insegnano il dialogo e il confronto.

Da questo punto di vista Ragno sulla parete rappresenta un portentoso antidoto alla deriva “dibattimentale” cui siamo esposti guardando la Tv.

In un Paese in cui cambiare idea fa perdere credibilità, anzichè strapparci le vesti per il costante impoverimento del pensiero, occorrerebbe correre ai ripari. Senza colpevolizzare chi ama il dibattito. Non può avere alcuna responsabilità, infatti, se nessuno gli ha insegnato a discutere costruttivamente. Non può, infatti, fare altro che applicare al confronto tra le idee lo stesso schema delle tecniche di combattimento: chiusura, studio dei punti deboli per l’attacco decisivo e la demolizione dell’avversario. In questo consiste il fenomeno della militarizzazione della comunicazione, prima che nell’uso delle metafore e dei termini militareschi.

La deriva dibattimentale

Ma perchè parliamo di deriva? Perchè un giudizio negativo così netto? E’ presto detto: il dibattito affrontato da chi non ne conosce gli elementi indispensabili rappresenta la conferma di quanto suggerisce nelle sue opere Henry Laborit. Chi ha scarsi argomenti è più facile che nel confronto passi presto alla prevaricazione e alla violenza.

Molti reati di sangue oggi sono spiegabili con questa ragione. Sfocia nella violenza la reazione di chi dispone di scarsi margini di intervento sulla realtà. Non ricorrerebbe al gesto violento chi avesse capacità di ristrutturare ciò che gli sta accadendo.

Il collegamento pertanto  è così presto evidente tra competenza nel comunicare e possesso di altri nobili competenze per stare nel mondo, sapendone affrontare le incertezze.

Il modello dibattimentale ha, invece, una sua ragion d’essere nel campo del processo. Con una particolare applicazione nell’ambito del processo penale, in cui assume il massimo livello di spettacolarizzazione. Dovuto sia alla drammaticità delle conseguenze in caso di sconfitta -si tratta di essere condannati ad una pena- sia alla forma della tenzone e del win-lose (vincere-perdere) cui si ispira.

Sennonchè in questo ambito il dibattito ha una sua precisa funzione: portare all’attenzione del giudice -istanza imparziale-  elementi contrastanti in favore e contro l’imputato affinchè emetta il suo giudizio di assoluzione o di condanna (prima della riforma degli anni 80 c’era la possibilità intermedia dell’assoluzione per insufficienza di prove).

L’umano miracolo della moltiplicazione delle idee.

Fuori da quel contesto, però, tale schema non dovrebbe essere impiegato. In quanto il confronto dovrebbe avere lo scopo di arricchire le idee e allargare il punto di vista degli interlocutori. Ad una logica binaria,  aut-aut , dovrebbe sostituirsi una logica moltiplicativa. Perfettamente in linea con la raccomandazione di Domenico De Masi per cui uno degli errori dell’uomo è pensare alle idee come se fossero bulloni.

In questa prospettiva, infatti, quando scambiamo un oggetto con un altro, cediamo quello che avevamo e ci ritroviamo in mano il nuovo: solo per fede gli oggetti si moltiplicano, come nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel mondo delle  idee non sembra accadere diversamente.

Quando scambiamo un’idea con il nostro interlocutore,  infatti, avremo la sua idea senza privarci della nostra, sebbene gliela abbiamo comunicata. La logica è appunto moltiplicativa, non sommativa. Al termine dello scambio ciascuno disporrà, infatti, di (almeno) due idee: quella originaria e quella nuova ricevuta dall’altro.

Come imparare a pensare?

Ma in quale palestra clandestina si impara a pensare? Ovunque.

La risposta non vuole essere provocatoria. Se infatti crediamo non si possa pensare senza l’uso della parola, allora la prima scuola è quella dell’autodidatta. E inizia con l’uso del punto interrogativo. La prima insegnante è costituita dalla serie delle domande che da piccoli e da grandi ci facciamo. La prima maestra è dunque la curiosità. Ci pone le domande per rispondere alle quali bisogna fare delle ricerche.

Le domande legittime

Le domande di questo tipo, che la pedagogia definisce come domande legittime, poiché la vera ricerca non conosce la risposta, possono essere poste oltre che da noi anche dagli altri.

Ovviamente da questo punto di vista non possiamo non ricordare l’importanza della maieutica in quanto basata sull’arte di porre le domande. Ma solo per ricordare l’aggiunta della modalità “reciproca” fornita dal contributo di Danilo Dolci. La cui provocatorietà consiste proprio nel completare, per così dire, lo sgretolamento della figura del maestro. Il quale non solo smette di interrogare per concentrarsi nel fare domande. Ma giunge a risolversi in un ruolo assumibile alternativamente dai protagonisti della relazione.

Che sia questa l’aggiunta su cui può far leva la proposta della descolarizzazione della società di cui parla Ivan Illich?

Intanto la suggestione può essere colta in trasparenza nella stessa proposta di destrutturazione della figura del professionista operata nel più volte citato Martin Seligman in Imparare l’ottimismo, Firenze 2010.

Se ciò avviene da parte di un insegnante, allora la palestra clandestina può trovarsi anche a scuola. Ma la domanda legittima può provenire anche da chiunque e persino dalle cose (e cioè in fondo, di nuovo, da noi stessi).

Certamente la comunicazione tra simili e un buon contesto formativo possono rendere non necessaria la ricerca, a volte lunga e faticosa. Anzi, una risposta data appena la mente di chi fa la domanda sia spinta dalla curiosità a recepire subito, garantisce un risultato importantissimo. Quella risposta non verrà dimenticata.

L’importanza della buona formazione

Del resto la formazione davvero efficace è un’ottima alternativa alla strategia di imparare solo attraverso l’esperienza. Una buona formazione porta all’attenzione di chi apprende solo le esperienze significative. La qualità dell’azione formativa si gioca invero proprio nel supplire all’efficacia delle esperienze vissute in prima persona. Certo, spiegare la sensazione che si prova a seguito del contatto con un oggetto incandescente non è altrettanto efficace dell’esperienza che si ricava dal contatto diretto. Ma se si fa leva su esperienze analoghe vissute si può arrivare ad una buona approssimazione.

L’empatia e il gioco

Nel colmare la distanza tra esperienza vissuta in prima persona (di quella dell’esempio precedente ne vorremmo farne a meno) e quella vissuta da altri,  rivestono un ruolo fondamentale, come abbiamo già visto, l’empatia e il gioco.

Tuttavia il valore della ricerca personale sta nella possibilità di giungere a risultati prima mai ottenuti.

Immedesimandoci in chi si trovi in questa condizione, supponiamo che il primo dubbio che lo assalirà sarà senz’altro se tale risultato sia frutto o meno di un caso. Di qui l’esigenza di ripetere il percorso che lo ha portato sino a quel punto.

Ciò pone l’esigenza ulteriore di creare le condizioni di ripetibilità dell’esperienza. Tale bisogno è particolarmente avvertito in ambito scientifico nel quale l’esperimento deve giocoforza spostarsi in laboratorio al fine di garantire l’efficacia delle variabili.

Il valore della ricerca

Altra questione rilevante è quella, oltrechè di replicare il risultato, dare conto della o delle cause che l’anno determinato. A tal fine gioca un ruolo fondamentale la regola assai nota anche agli economisti del ceteris paribus. Che consiste in sostanza nel togliere di volta in volta una causa dal gruppo di cause che producono quel dato evento. E solo quando al mancare di una l’evento non si produce si può dire che sia essa la causa più importante. A questo punto tutte le altre le si considera come se non ci fossero.

Tale operazione ovviamente sarà assai complessa allorchè si tratti di individuare le cause di un dato comportamento umano. L’abbiamo già visto, esso può essere il frutto della combinazione tra cause esterne e cause interne. Cosicchè si otterrà, ad esempio, un effetto di maggiore coinvolgimento verso un certo compito da parte di una persona curiosa piuttosto che da parte di una abulica. A patto naturalmente che il compito sia di un certo interesse. Cosa che per comprendere la quale occorre somministrarla a persone diverse in diverse occasioni.

Non bisogna comunque pensare che la curiosità sia apertura a trecentosessanta gradi ad ogni evenienza. Anzi può essere molto selettiva. Per lo più la curiosità porta la persona domanda dopo domanda a tessere un filo logico che può fare da discrimine tra cose interessanti e cose di scarso rilievo. Per cui per intercettare la sua curiosità in questo caso bisogna partire dal filo di queste domande e dopo, solo dopo, provare a connetterne degli altri come per tessere una rete.

Scoperta e invenzione

Chi si fa domande è in perenne ricerca di una risposta che a sua volta genera altri interrogativi e così via all’ infinito.

Questo percorso però non si deve pensarlo di tipo lineare. In quanto può essere costituito da due piani paralleli. Il primo sarebbe quello basato su un filo conduttore principale. L’ altro pronto su un filo pronto a raccogliere quella sorta di materiale collaterale che, sebbene non oggetto di ricerca diretta, potrebbe comunque avere una qualche utilità. Per maggiore chiarezza possiamo ricorrere all’esempio di ciò che accade durante la perforazione di un terreno. L’obiettivo di raggiungere una certa profondità potrebbe portare alla luce materiali diversi da quelli ipotizzati e non necessariamente di scarto.

Tra i due piani, quello che segua un filo principale e quello collaterale si sviluppa quella che abbiamo già analizzato col termine di serendipità. Fenomeno al quale ha intestato il suo ultimo libro Telmo Pievani. Serendipità, Milano, 2021. Un testo che ci racconta, come dice l’autore, che la serendipità ci svela che non sapevamo di non sapere.

Anche la stessa ricerca scientifica procede secondo questo articolato modello. Si persegue un obiettivo ma lungo il percorso si può approdare a risultati non programmati.

Sin qui abbiamo parlato in sostanza del fenomeno della scoperta, anche frutto della serendipità. Caso diverso sarebbe quello dell’invenzione “dettato” in qualche modo dalla necessità di risolvere un problema dato.

Tuttavia anche a questo fenomeno si accompagna la serendipità. Come testimonia in modo brillante Tim Cooke in Il libro delle invenzioni. Idee eccezionali che hanno cambiato il mondo, Milano, 2021.

Un testo per l’infanzia molto utile per guidare la creatività di questa età verso quella particolare competenza chiamata, forse in modo riduttivo, imprenditoriale. Ma che da conto del fatto che se per molti un determinato problema può causare una condizione di difficoltà e di disagio, per chi sviluppa questa particolare competenza si rivela un potente pungolo a trovare la soluzione per migliorare la vita propria e degli altri. Immettendosi, a nostro avviso, in quel fertile filone ispirato al pensiero laterale di cui qualche mese fa è venuto a mancare il creatore Edward De Bono.

Pier Gavino Sechi.

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