Gioca che (ti) passa

Premessa.

Il brano di oggi è dedicato allo strumento training più importante: il gioco dei ruoli (vedi sotto).

Ne consigliamo la lettura prima di procedere in questo scritto. Con l’avvertenza che dello strumento riportiamo, per brevità, solo la del versione base. Dato che da essa discendono, a grappolo, una molteplicità di altri giochi di altrettanta ricchezza ed utilità.

La medicina del “come se”.

L’elemento comune a tutti, come risulta dalla descrizione, consiste nel basarsi sull’impostazione “come se…”.  Per cui ciascuno è invitato a immedesimarsi in una data situazione come se si trattasse della realtà . Per agevolare l’operazione ciò viene preceduto, spesso, nell’immedesimazione in un determinato ruolo (il poliziotto, il credente, il giornalista, etc.).

Alla valorizzazione della ricchezza dello strumento si arriva per gradi in quanto prima bisogna vincere l’idea che, trattandosi di fingere di essere in una situazione mai vissuta prima, ciò che accade e che facciamo abbia poco valore. Gradatamente però, una volta prese le giuste misure dello strumento, cominciamo ad utilizzarlo come l’unica alternativa pratica che abbiamo per provare a fare ciò che faremmo se ci trovassimo in una situazione futura. Per meglio spiegare questo concetto può essere utile un esempio. L’atleta quando si allena, accompagna la ripetizione del gesto atletico con l’immaginare il maggior numero possibile di situazioni future nelle quali dovrà ripeterlo in modo efficace. Non possiamo dire che “finge” ma appunto che si sta allenando. Cioè si sta preparando ad un futuro dalle variabili incerte che però dovrà essere in grado di dominare nel momento decisivo.

Un’altra valenza importante che il gioco dei ruoli ha, è che è una valida alternativa alla situazione che stiamo vivendo in un dato momento. E ovviamente quanto più questa è dolorosa, tanto più prezioso risulta avere un’alternativa che non sia solo rimuoverla ma pensare ad una situazione diversa.

Preparare il futuro

Ovviamente si potrebbe obiettare che pensare di vivere una situazione felice quando quella attuale è penosa, costituisca una forma allucinatoria di fuga dalla realtà. Insomma il ricorso ad una delle diverse difese automatiche consistente nella rimozione. Ma in fondo non è così. Lo sarebbe se pensassimo che solo la realtà che tocchiamo con mano, quella che stiamo vivendo, sia “reale”. Quando invece, a parte ogni considerazione, già fatta in altri brani, sulla medicina del  tramonto dell’oggettività, le moderne acquisizioni in campo neuroscientifico valorizzano il significato soggettivo della nostra condizione. Comprendendo tra le risorse di ciascuno proprio la capacità di andare oltre essa.

La ristrutturazione.

Ciò è in fondo quella sottile arte della ristrutturazione di cui parlano gli autori della cosiddetta scuola di Palo Alto, fondata, come abbiamo detto, da Gregory Bateson. Un ulteriore conforto lo possiamo anche trarre dalla già citata teoria dei tre mondi di Karl Popper. Poiché egli conferisce alla produzione artistica un rango di realità pari a quello delle cose materiali attorno a noi, dato che nel più sta il meno, sullo stesso piano vanno messi i nostri pensieri. A prescindere che riescano a tradursi o meno in un’opera dell’ingegno.

L’alternativa ad altre vite.

Senza il ricorso al gioco dei ruoli non avremmo la possibilità di immaginare in modo organizzato situazioni future. Con la conseguenza che saremmo ridotti a vivere ogni singolo istante per come si presenta. Non diversamente da degli automi, per riprendere un concetto espresso da Remo Bodei nel suo testo Una scintilla di fuoco, Milano, 2005.

E come alternativa avremmo o il timore degli avvenimenti negativi da respingere come in un videogiochi si evitano i pericoli. O subendo le sconfitte cercando di fare tesoro degli errori commessi. Affidandoci, cioè, alla classica strategia dell’imparare dall’errore. La quale, invero, presenta però due fondamentali difetti. Il primo consiste nel non tenere conto che ogni situazione, per quanto simile, non si presenterà mai identica a quella in cui abbiamo imparato qualcosa. In secondo luogo ignora (e questa si è vera rimozione) che ci possono errori irreversibili. Cioè tali da rimandarci definitivamente, per stare alla metafora del video gioco, ad un livello inferiore. Anche il labirinto ci ha insegnato questo inconveniente: prendere una direzione piuttosto che un’altra ci può portare irrimediabilmente in un vicolo cieco senza poter tornare indietro.

Non disponendo di un’altra vita parallela in cui agire il frutto della sapienza acquisita nella prima, dobbiamo allora ricorrere all’immaginazione strutturata, come nel gioco dei ruoli appunto. Immergendoci cioè  in situazioni appositamente congegnate, dimodochè possiamo sperimentarci in situazioni problematiche in cui, se pure commettiamo errori, le conseguenze sono solo virtuali.

La fortuna del nostro cervello è che non distinguendo la realtà “vera” da quella “virtuale” si ciba di tutto ciò che lo sollecita. Se non siamo noi stessi, naturalmente, a condizionarlo con atti di svalutazione dell’importanza di ciò che vede in quella seconda dimensione.

La funzione del gioco.

Per noi questa funzione viene assegnata al gioco. Da intendersi proprio come lo intendeva Gregory Bateson, sebbene non lo abbia mai direttamente definito in questi termini, ma in qualche modo si possa desumerlo dal suo insegnamento: come un processo stocastico. Costituito da un intreccio di causalità e apprendimento.

In questo modo possiamo con la comunicazione e altre fonti, quali la formazione, “vivere” la realtà di altri “come se” fosse la nostra. Per evitare gli errori di cui altri portano le cicatrici, non siamo condannati a rifare gli stessi errori. Questa è la principale molla dell’evoluzione culturale. Cosicchè possiamo dire che all’evoluzione biologica si accompagna il fatto che ciascuno di noi è il frutto di una filogenesi anche culturale.

La medicina del ritorno.

Senza una fase fondamentale del gioco dei ruoli, però, questo strumento sarebbe destinato ad una funzione assai meno potente. Ci stiamo riferendo alla valutazione. E’ questo il  momento, infatti, in cui si realizza il vero salto di apprendimento. Ritornando nelle vesti che indossiamo normalmente, infatti, siamo in grado di fare un raffronto tra ciò che abbiamo vissuto nel gioco di ruoli e ciò che sentiamo e viviamo quotidianamente.

Questo scarto ci offre una forma di osservazione che  potrebbe completarsi con ciò che vede un osservatore esterno. Altro occhio prezioso che entra in gioco con l’acquario, non a caso una delle molteplici varianti del gioco dei ruoli. Sulle quali per ragioni spazio, come detto, non possiamo soffermarci.

In particolare, però, durante la valutazione si ottiene oltre a questo importante risultato, un altro fondamentale frutto.

La capacità di lettura delle situazioni complesse. O meglio un approccio complesso a qualsiasi situazione. Proprio perchè nessuna situazione è semplice o complessa in partenza. Ma ciò dipende dalla capacità dell’osservatore di attribuirle pochi o tanti livelli di significato.

Pier Gavino Sechi.

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