Il fascino del cerchio

Premessa.

Riprendiamo oggi il percorso da cui abbiamo deviato per qualche giorno, presentando il gioco dal titolo Cerchio magico (vedi alla fine). E’ tratto dal testo Reti di formazione alla nonviolenza che raccoglie giochi più collaudati rispetto a quelli del precedente Viaggi in training. Si tratta, infatti, di giochi relativi ad una fase di sviluppo rispetto a quella originaria (alla fase del patrimonio succedete, difatti, quella del pandemonio). Ed è naturale  che la raccolta pandemoniale presenti un’idea di gioco finalizzata non più solo a riprodurre in qualche modo la realtà, ma a sperimentare novità e proposte. Un esempio in questa chiave è costituito, appunto, dal gioco Cerchio magico, riferita alle condizioni di funzionamento del gruppo.

A noi sembra utile rievocarlo per ricollegarci con quanto abbiamo sinora detto a proposito della funzione del gruppo.

Il cerchio e il gruppo: quale relazione?

Ma da dove proviene questa tendenza ad accostare la figura del gruppo a quella del cerchio?

Si tratta di un paragone assai impegnativo se solo pensiamo che il cerchio viene considerato, a partire dall’antichità, come il simbolo della perfezione. Ad esempio per i pitagorici, avendo tutti i punti equidistanti dal centro, la sfera rappresentava l’immagine stessa dell’armonia.

Invece se prendiamo in considerazione l’origine etimologica del termine gruppo, apprendiamo che proviene dal germanico kruppa. Si tratta di un termine che non dà per scontata l’armonia che caratterizza metodologie di gruppo, quali il circle time e in generale tutti gli esercizi che anche nei nostri manuali servono per trattare il tema della comunicazione e della diffusione della leadership.

In verità il gruppo di per sè e per lo più trova una più fedele configurazione nel nodo (vedi ancora sotto il gioco omonimo). Questo esercizio parte con un groviglio di braccia e termina in modo ottimale quando e se i partecipanti riescono a formare un cerchio completo.

Solo in questo caso, dunque, gruppo e cerchio coincidono.

Le condizioni di efficacia del gruppo

Non dobbiamo, infatti, dimenticare che il gruppo quale contesto fisico e psicologico, fatto di compresenza, grande assente di questo periodo di emergenza sanitaria, non è affatto per definizione il luogo idilliaco in cui regna la pace e la fratellanza. Anzi, la teoria già esaminata di Bruce Tuckman ci racconta tutt’altro. Soltanto nelle fasi più mature della sua vita sembra diventare un contesto realmente “abitabile”.

La grande indicazione offerta da questo autore è senz’altro che non bisogna scambiare i momenti conflittuali del gruppo con l’inizio di ineluttabili parabole di disfacimento. Anzi, la fase dello storming, benchè sia la più complessa e potenzialmente conclusiva, si pone solo agli inizi della sua parabola di vita. Il punto è che chi avesse avuto la sfortuna di non venire a conoscenza di tale teoria, potrebbe incorrere in tutte quelle sindromi negative, all’insegna  della profezia che si autoavvera, che in definitiva mette a repentaglio la vita del gruppo. Invece, classificare come fisiologico lo storming, non solo può aiutare a vivere meglio e senza dai sensi di colpa, ma persino lo indica come passaggio ricco di frutti. Peraltro operando lo stesso effetto positivo sulla funzione del conflitto.

Il contratto psicologico

Peraltro ogni fenomeno, compreso questo, se si è ricevuta un’adeguata formazione, può essere indirizzato verso risultati positivi. Invece, anche per quanto riguarda il gruppo, la consapevolezza della sua complessità e spesso talmente approssimativa che non è rara la coincidenza tra fase dello storming e la fase finale del gruppo.

Il gioco Cerchio magico si riferirebbe, letto secondo la prospettiva delle fasi di vita del gruppo, alla fase del performing, realizzata attraverso la partecipazione sostenibile di tutti. Condizione che si ottiene quando ciò che si configura, specie in ambito organizzativo, come contratto psicologico, sancisce un equilibrio tra quanto il gruppo richiede a ciascuno e quanto è in grado di restituire.

Come evitare le catastrofi: pugno di ferro o libertà?

Il due temi, quelli del performing e del contratto psicologico ci permettono di introdurre una problematica che interessa la necessità di coniugare tensione verso l’obiettivo e la libertà.

Tematica che non riguarda solo il livello gruppale ma interessa anche i macrosistemi.  Per esempio ricordiamo che per uscire dalla tendenza dell’irreversibilità del disastro ecologico, sono stati posti degli ambiziosi obiettivi misurabili, che stanno dividendo i decisori politici e i tecnici su quale approccio sia più efficace: quello impositivo ovvero quello che non escluda ma anzi faccia leva sul principio di libertà.

Ebbene, molto sinteticamente si può dire che entrambi presentano dei punti di debolezza.

Infatti se il primo, quello basato sull’imposizione, peraltro molto presente anche in questo periodo di emergenza sanitaria onde contrastarne gli effetti, presenta il difetto relativo ai costi della repressione, anche in termini di attivazione dell’effetto indesiderato di invocare la libertà anche nei momenti in cui appaiono necessarie delle limitazioni. Il secondo, cioè quello basato sulla libertà, presenta, invece, il difetto che non è detto che tutti liberamente giungano ad imporsi quei limiti necessari ad evitare l’espandersi della pandemia o, più sul lungo periodo, le catastrofi ambientali.

Perchè ciò avvenga, infatti, sono necessari  risultati di un processo educativo che per definizione esige molto tempo per dare i suoi frutti. Ed è evidente che ciò non può essere intrapreso proprio quando sarebbero essi necessari.

Credo che il maggiore problema che ci troviamo d fronte stia proprio in ciò: poco tempo disposizione perchè la cultura faccia liberamente aderire le persone ai sacrifici necessari e poca efficacia delle misure di controllo in quanto viste come impositive di limiti inaccettabili.

Eppure l’approccio basato sulla libertà garantirebbe i maggiori risultati, se è vero che ciò che decidiamo di fare liberamente ci porta anche a trovare le risorse per superare gli ostacoli che si incontrano strada facendo.  Quando invece le scelte sono imposte, al di là dell’adesione solo formale ad esse, non solo ogni ostacolo diventa insormontabile. Ma le energie migliori vengono utilizzate per sfuggire alle costrizioni, piuttosto che a superare gli ostacoli. Può essere questa la ragione per cui determinati sistemi sociali, in cui la libertà si concilia con un alto senso dell’ordine, appaiono più adeguati a fronteggiare situazioni di emergenza. Essi sembrano anzi in tali casi poter ottenere il massimo da ciascuno.

Cerchi magici e altre metafore

Ma come si fa ad ottenere in libertà il massimo impegno?

Un’indicazione in tal senso ce la da proprio il gioco Cerchio magico. Cioè assegnare al cerchio un compito. Quello di fare qualche passo. Certo un cerchio è più adatto a rotolare che a camminare, data la sua forma poco aerodinamica. E che cos’è ciò, comunque, se non una prova di performing?

Molto indicata per accertarsi se tutti stanno dando il massimo per ottenere il risultato stabilito.

Ovviamente la prova andrebbe ripetuta sia per far acquisire una maggiore dimestichezza con ciò che bisogna fare per essere più efficienti, sia per capire il livello massimo di risultato che si può ottenere.

Certo è che nella fase del performing intervengono diversi livelli in cui l’efficienza deve esprimersi.

Una è quella del maggior impegno possibile che ciascuno dei partecipanti deve esprimere.

L’altro è quello della sincronizzazione. Nel senso che la migliore performance si otterrà solo se ciascuno darà il meglio di se per tutta la durata del compito assegnato, ma, soprattutto, in contemporanea con gli altri. Ciò in quanto tanto più lungo sarà lo sforzo richiesto, tanto più importante diventa dare il massimo insieme nei momenti decisivi.

Spetta al leader, come un coach sportivo, fare da metronomo da questo punto di vista.

Dopo che ovviamente avrà provveduto a tutte le precedenti fasi organizzative. Tra le quali, una delle più delicate è quella della motivazione. E non solo rispetto alla scopo da perseguire, che dovrà essere possibile e realistico, ma soprattutto a seguito di errori, cali di concentrazione, e disarmonie interne al gruppo.

Naturalmente tutto ciò a valle di un altro delicato passaggio. Mettere le persone giuste al posto giusto.

Ma come si concilia questa figura di leader con quella posta dalla prospettiva della diffusione della leadership, considerata uno dei principi cardine del pensiero nonviolento?

A questo interrogativo tenteremo di dare una risposta affrontando la tematica dell’assertività.

Pier Gavino Sechi.

Menu